Che lingua si parla in Bankitalia
Che nelle banche italiane non si parli inglese, come ripeteva l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, non è garanzia di salvezza per il paese, evidentemente. La lingua inglese, al tempo di mercati sempre più interconnessi e legati a piazze finanziarie anglosassoni, sarebbe meglio comprenderla, piuttosto che ostentarne l’ignoranza o in alternativa la pronuncia perfetta, in modo da poter dire magari degli “yes” e dei “no”.
11 AGO 20

Che nelle banche italiane non si parli inglese, come ripeteva l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, non è garanzia di salvezza per il paese, evidentemente. La lingua inglese, al tempo di mercati sempre più interconnessi e legati a piazze finanziarie anglosassoni, sarebbe meglio comprenderla, piuttosto che ostentarne l’ignoranza o in alternativa la pronuncia perfetta, in modo da poter dire magari degli “yes” e dei “no”.
Fatta questa premessa, la recente storia italiana è piena di confutazioni della mania esterofila applicata alle scelte di politica economica, specie quelle che riguardano il ruolo delle Banche centrali. Domenica, sul Corriere della Sera, Massimo Mucchetti ricostruiva correttamente il cortocircuito generato dalla mania esterofila nel 2005: allora “l’Italia che si credeva avanzata trovava saggio aprire la strada della Bnl al Banco Bilbao, in omaggio al dogma della libera circolazione dei capitali, e trovava arretrata la posizione della Banca d’Italia”, presieduta da Antonio Fazio, che riteneva di non dover lasciar dilagare le banche estere nei nostri istituti, per ragioni di legittima reciprocità oltre che di fattibilità della supervisione bancaria. La situazione odierna dell’economia iberica, largamente imputabile alle decisioni scriteriate del premier socialista José Luis Zapatero e soprattutto alla gestione allegra degli istituti di credito di Madrid, impone a tutti di rivalutare le ragioni dei due “partiti” italiani di allora. Oltre che di esterofilia, a quei tempi si peccò di dogmatismo dottrinario. Invece, come sostenemmo su queste colonne, l’ambito di discrezionalità di Palazzo Koch era conseguenza naturale della sua indipendenza e doveva contemplare l’esercizio della vigilanza in base a strategie di ordine generale e non solo in modo notarile. (Ciò vale al di là di eventuali reati commessi – questi sì sanzionabili dalla magistratura – o della natura discutibile del consorzio d’interessi chiamato a intervenire).
Oggi il dogmatismo esterofilo è sempre lì, sotto vesti mutate, e prende la forma dell’omaggio che tutti i governi d’Europa rendono all’ortodossia teutonica nel campo della politica monetaria restrittiva. Finora Mario Draghi, nuovo presidente della Bce, non ha difettato di fantasia per aggirare i tabù imposti dalla Bundesbank. Però per sostenerlo, senza ridursi a dargli ragione ex post, urge una dose di empirismo – questa volta, guarda un po’ – di matrice anglosassone.